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GASTRONOMIA



   

Il poema <<Vita Mathildis>> di Donizone, monaco biografo di Matilde; ci riferisce un aneddoto al quale è legato il primo documento che accerta l'esistenza dell'aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia. L'episodio vide protagonisti Bonifacio, padre di Matilde e l'imperatore di Germania Enrico III, il quale, ospite a Piacenza nel 1046 ricevette in dono un botticino d'argento contenente aceto balsamico, che si produceva nella rocca di Canossa. Questo prodotto caratterizzò la gastronomia reggiana anche nei secoli successivi, dalle tavole dei duchi rinascimentali ai giorni nostri dove è utilizzato in molti piatti come primi di pasta, secondi di carne, verdure, frittate o torte d'erbe.

Oggi nel territorio di Canossa, così come in tutta l'area matildica, la cucina è l'espressione d'antiche tradizioni e di sapori nati dalla combinazione di prodotti semplici e genuini.
La gastronomia dell'area matildica non si discosta di molto dalle caratteristiche generali tradizione reggiana: cappelletti, lasagne, tortelli d'erba, di patate e di zucca e minestroni di verdura sono i primi piatti protagonisti delle sagre mangerecce, assieme al gnocco fritto, solitamente abbinato ai salumi e innaffiato col lambrusco delle vigne di collina.
In passato fu principalmente la necessità ad indirizzare la popolazione contadina verso una cucina basata prevalentemente sugli alimenti "poveri" di cui era comunque ricca la collina: il granoturco e le castagne. La cultura gastronomica è oggi sopravvissuta senza le ristrettezze d'un tempo, e alla squisita polenta si abbinano umidi, fricassee di pollo, di coniglio o selvaggina, arricchiti con contorni di funghi o formaggi fusi.
Le castagne sono ornai legate soprattutto alla produzione di dolci, come il "castagnaccio", le frittelle di castagne e i tortellini natalizi, fritti o cotti al forno col loro squisito ripieno amalgamato di castagne lessate e passate, marmellate, noci pinoli, caffè in polvere, rum o sassolino.
Anche se molto calato l'allevamento ovino, in alcune zone resta ancora diffusa la produzione di formaggio pecorino e della ricotta.
Sempre maggiore è la produzione gastronomica legata ai funghi, di cui è particolarmente ricco il sottobosco, con diverse modalità di preparazione. Diffuso è anche l'uso del tartufo, usato per insaporire e condire risotti e secondi piatti.

Avendo parlato dei prodotti della gastronomia reggiana, sottolineandone l'antica tradizione, s'accresce l'importanza dei valori racchiusi nel formaggio Parmigiano-Reggiano, che affonda le proprie radici nei tempi più remoti. La più antica notizia che lo riguarda risale al periodo romano, quando il poeta Marziale ne descriveva il marchio a forma di luna col quale veniva contraddistinto al tempo della colonizzazione della Regione Cisalpina (nella quale esisteva una ben documentata attività casearia). Un antico patrimonio di cultura e tradizione che si è evoluto fino alla legalizzazione nel riconoscimento della denominazione d'origine circa i metodi di lavorazione, le caratteristiche merceologiche e la zona di produzione del formaggio Parmigiano-Reggiano, col DPR del 30/10/1955 n°1269. Oggi, come nel passato, gli ingredienti del Parmigiano-Reggiano sono naturali e semplici: il latte della "zona tipica", il caglio, l'arte del casaro e la lunga stagionatura naturale. Lo si ottiene dalla trasformazione del latte di circa 20000 aziende agricole: un latte di ottima qualità dal punto di vista delle proprietà microbiologiche e chimico-fisiche, condizione essenziale al suo utilizzo crudo senza trattamenti termici e senza aggiunta d'additivi, coloranti e conservanti. Per la sua preparazione, viene mescolato il latte della mungitura serale, lasciato a riposo per l'intera notte e successivamente parzialmente scremato. Il latte è poi travasato con quello della mattina in una particolare caldaia di rame, vengono aggiunti il siero, una coltura naturale di flora lattica e si scalda fino a 33 gradi centigradi agitando lentamente. Viene poi aggiunto il caglio e ad avvenuta coagulazione la "cagliata" ottenuta viene ridotta in piccolissimi granuli e successivamente scaldata fino a 45 gradi e ancora a fuoco più vivace fino a 55 gradi. I granuli precipitati in un'unica massa sul fondo al termine della cottura, vengono passati in una tela di canapa dopo una trentina di minuti e successivamente estratti e indotti in uno stampo di legno e metallo. E' qui che il formaggio assume la sua caratteristica forma. Verranno successivamente incisi i dati di origine e dopo la salatura avrà inizio la lunga stagionatura al termine della quale le forme in possesso dei requisiti finali previsti dallo standard riceveranno il marchio definitivo, a conferma della qualità acquisita.

Per annaffiare i piatti della gastronomia reggiana non poteva mancare un vino fresco e leggero: il Lambrusco Reggiano, un prodotto piacevolissimo che grazie alle proprie caratteristiche è da considerarsi un vero fiore all'occhiello della nostra terra, essendo tra l'altro il vino italiano più esportato. Colore da rosato a rubino, spuma fine e persistente, sapore asciutto, fresco, gradevole, non molto corposo. Abbinamenti: vino da tutto pasto, ottimo con salumi, primi e secondi piatti emiliani ed il Parmigiano-Reggiano. Temperatura di servizio da 14° a 16°.
Il lambrusco reggiano ha un'alta capacità di sciogliere i grassi e quindi ridurre il colesterolo in virtù del tenore di acidità naturale e per la presenza di anidride carbonica naturale. Inoltre ha elevato potere diuretico.

Da non dimenticare infine i salumi (prosciutti, coppe, fiocchetti, culatelli, spalle, salami), che sono un vanto per questo territorio, ed il miele, altra tipicità prodotta su tutto il territorio della Contessa Matilde di Canossa.


 
    
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